SOFFRO DUNQUE AMO
Amore malato
(prima parte)

Scrivo questo articolo pensando alle storie che emergono durante la pratica clinica, principalmente raccontate da donne di qualunque età. Quindi per comodità mi rivolgo ad un pubblico femminile, ciò non vieta al pubblico maschile di identificarsi con il destinatario del contenuto.

Recentemente ho letto questa frase di R. Norwood:

Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo.

Questa affermazione raccoglie consensi universali, perché siamo stati allevati con la convinzione che la grandezza dell’amore sia direttamente proporzionale alla sofferenza che comporta.

Io piuttosto scriverei:

Quando essere innamorate significa soffrire, non siamo innamorate. Non stiamo amando affatto.

Ridondante.
Forse suonerebbe meglio così:

Se soffri per amore, allora non è amore.

Paradossale. Credo che la difficoltà nell’esprimere il concetto sottostante, nasca dal fatto che utilizziamo una sola parola, amore, per esprimere due significati differenti, anche all’interno della stessa frase.

Nella prima parte dell’espressione Se soffri per amore, allora non è amore, la parola Amore significa “la storia che tu stai vivendo qui e ora”.
Nella seconda parte, si intende “ciò che tu pensi debba essere l’amore”.

Dov’è la differenza? Nell’abisso che separa ciò che vivi concretamente Oggi, da una relazione idealizzata che non arriva mai, quella che nell’immaginario collettivo è associata all’amore eterno, perfetto.
Tradotto sarebbe: se la tua relazione ti fa soffrire, ti sei sbagliata sul significato che davi all’amore oppure lui non è l’uomo per te.

Ma torniamo a noi. Prima di andare avanti, mi sembra necessario distinguere due situazioni che vedono protagonista la sofferenza.
La prima è caratterizzata dal dolore sano, quello che arriva quando la persona che ami, con cui hai condiviso difficoltà, paure, sacrifici e soprattutto tanta serenità e felicità, all’improvviso se ne va. Semplicemente non c’è più. Ti lascia, ti tradisce, ti delude, muore. Lascia un vuoto.
Sfido chiunque a non soffrire. Neanche un pazzo penserebbe che tu non stia amando.

La seconda situazione è la più fraintesa ed è l’argomento di questo articolo. Mi riferisco a quelle storie che nascono all’insegna della sofferenza o che all’inizio sono idilliache, per poi trasformarsi in inferno. Sono quelle storie in cui uno dei due partner soffre perché non si sente capito, amato, corteggiato, sostenuto. O peggio subisce maltrattamenti, vessazioni, coercizioni, minacce e violenze fisiche o psicologiche. Tendenzialmente sono donne, ma non per forza.

Bene, questo non ha nulla a che fare con l’amore.

Il fatto che la vittima non riesca a fare a meno dell’aguzzino non è indice dell’autenticità del sentimento, ma della trappola della dipendenza affettiva nella quale è cascata.

E più ci si dimena per uscirne, più questa ragnatela avvolge fino a soffocare.

Ecco allora spuntare i sintomi di ansia, panico, depressione e somatizzazioni di ogni genere. Nulla sembra funzionare. È come vivere un incubo nel quale più corri, più le gambe diventano macigni da sollevare.

Lei sa benissimo quanto sia tossica questa relazione, ma non può vivere senza. E lo scopre ogni volta che prova a uscire dal tunnel. Così riaffiorano vividi i ricordi di episodi in cui l’aguzzino ha mostrato il suo lato sensibile, è rientrato con un regalo o ha confidato un passato difficile, che giustifica la sua crudeltà. Ricordi tanto dolci quanto rari.

Ed ecco giungere nel cuore della vittima sentimenti di pietà, compassione, colpa per non aver compreso quanto la sua dolce metà fosse incompresa. In fondo se il mondo fosse stato buono con lui, oggi non sarebbe così insensibile.
Così lei partorisce una bella giustificazione che fa felice un po’ tutti, l’aguzzino incompreso e la martire misericordiosa.
La vittima si eleva a crocerossina pronta a redimere il carnefice, e il senso di colpa, unito al bisogno incompreso di soffrire per quell’uomo, generano l’autoinganno più amaro e al tempo stesso dolce: “A volte penso che senza di lui la mia vita sarebbe addirittura piacevole. Ma ogni volta che provo ad allontanarmi, soffro. E questo è il segno indiscutibile del mio amore vero”. Bella trappola.

Il tiranno sa benissimo come non far scappare la sua preda: la depriva di emozioni e sensazioni piacevoli in modo tale che la vittima sopravviva affamata, pronta a chinarsi per raccogliere le briciole o gli avanzi di altre donne.

Le fa sperimentare l’assenza, l’abbandono, l’indifferenza, la squalifica. Sminuisce i pregi ed esaspera o inventa difetti. Una donna che vive questo tipo di relazione non riceve gratificazioni, valorizzazioni, elogi. Vive sempre al di sotto delle proprie qualità, pur di non sperimentare la sofferenza della separazione.

Se soffri, non stai amando.

Se soffri, stai soffrendo.
Espressione tautologica forse, ma ancora incomprensibile nella sua eccessiva semplicità.

L’ambivalenza dei sentimenti che recitava Catullo nel suo epigramma Odi et amo, rimanda alla passione con cui sono vissute queste storie travolgenti e strazianti.
Lasciati pure incantare dalla ricchezza di queste parole, profonde ed eterne, principi di vita e di morte simultanee.

Lanciati nelle acque di un mare in tempesta, se ciò ti fa sentire viva.
Consenti alle onde di trasportarti con più o meno forza, di scaraventarti su nuove spiagge seppur con violenza o senza la tua volontà. In qualunque modo approdi, torna sempre più forte di prima.
Ma non regalare mai agli abissi il tuo ultimo sacro respiro.

 

Odio e amo. Perché lo faccia, mi chiedi forse.
Non lo so, ma sento che succede
e mi struggo.

 

 

 

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