Come affrontare le difficoltà scolastiche – 2

Torniamo al tema delle difficoltà scolastiche. Come dicevo nell’articolo precedente, l’incapacità non è l’assenza genetica di una qualità ma è l’effetto di un mancato allenamento.

Mi capita spesso di ascoltare gli insegnanti parlare di studenti incapaci, con l’aria rassegnata di chi ha il potere di decidere quale alunno merita di andare avanti quale sarà condannato a vita.

E non esagero quando parlo di “condanna a vita” perché l’insegnante ha un’influenza quasi assoluta sulla definizione di se stessi, soprattutto ad un’età di totale vulnerabilità qual è l’adolescenza. Parliamo di un’età in cui i ragazzi non sanno con esattezza definire chi sono, che tipo di persona vogliono diventare, hanno una sicurezza vacillante e spesso hanno sulle spalle problemi più consistenti e urgenti rispetto alle difficoltà scolastiche.

Quindi, inchino collettivo per chi svolge questo mestiere sacrosanto.

Può succedere che per motivi più o meno leciti, l’insegnante possa perdere di vista l’obiettivo per il quale ha scelto un mestiere tanto nobile, e si identifichi più con la posizione di potere conferitagli che con il ruolo da svolgere.

Assistiamo sempre più frequentemente a interminabili riunioni in cui si affronta il tema “ragazzo difficile”, soffermandosi sui limiti e sulle cause, cercando colpe e colpevoli senza però progettare una soluzione. E così tra giudici, psicologi improvvisati e caritatevoli samaritani, il problema rimane invariato.

Quando sono coinvolta in queste discussioni, puntualmente domando:

“non vuole studiare o non sa come si fa?”.

Qualcuno gli ha mai insegnato come studiare? Se avesse i mezzi metodologici per applicarsi, le difficoltà scolastiche si ridurrebbero? Resterebbe un incapace?
Tentar non nuoce.

Non disperiamo però. Fortunatamente esistono tanti insegnati davvero capaci e motivati, personalmente ho il piacere di conoscerne alcuni aperti realmente al confronto.

Una valutazione psicoterapeutica tiene inevitabilmente conto del sistema percettivo-reattivo dello studente, cioè delle modalità con cui il soggetto interpreta la sua realtà e come risponde ad essa. Deve inoltre valutare i tentativi di soluzione delle difficoltà scolastiche e considerare che le reazioni alle difficoltà possono alimentare il problema o diventare il problema stesso, portando lo studente a cristallizzarsi su una posizione e perdere la flessibilità necessaria.

Sulla base di tali informazioni è fondamentale progettare un piano di intervento modellato sulle caratteristiche individuali del paziente.
Non è quindi possibile indicarvi il metodo di studio che garantisce il successo assoluto, semplicemente perché non esiste. Infatti parlare solo di tecnica risulta riduttivo.

Quando siamo nell’ambito delle difficoltà scolastiche, sicuramente è utile intervenire sugli aspetti che alimentano l’incapacità appresa quali poca motivazione, costanza e autostima e senza dubbio bisogna utilizzare la qualità dello studio come mezzo principale per ottenere i risultati ambiti.

Ricordiamoci però, quando uno studente deve affrontare una commissione d’esame o si trova davanti un foglio bianco da compilare, non porta con sé solo una serie di nozioni da riferire ma ci porta tutto se stesso.

Purtroppo i casi in cui risulta sufficiente curare la tecnica sono inferiori rispetto a quelli che richiedono l’intervento su tutto ciò che lo studente presenta in una seduta d’esame.

Il bagaglio che il ragazzo porta con sé è formato solo in piccola parte dalla conoscenza, il resto è tutto ciò che ha costruito durante l’arco di vita.

È da sciocchi pensare allo studente come un robot che registra informazioni e le riferisce, un robot che può presentare dei difetti di fabbricazione, motivo per il quale va buttato via.

Iniziamo ad accettare che in quella scatola nera ci sia qualcosa di più consistente rispetto alle nozioni.

Nel prossimo articolo sbirceremo dentro quel bagaglio per scoprire alcuni elementi che uno studente porta con sé quando affronta un compito.

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